Living is easy / with eyes closed

Sapete che ci sta? Io non ne posso più.

Sono un grafico, quindi conosco bene l’importanza dell’immagine e del visivo e ne conosco bene pure il potere. So bene le emozioni che genera, i concetti che ha il potere di sparare direttamente nell’immaginario inconscio, senza che il malcapitato spettatore se ne addoni.

So bene che le immagini possono veicolare delle atmosfere, possono parlare e raccontare molte cose, sfuggendo al controllo diretto. So bene che molte possono essere portatrici di popolarità. Molte altre, invece, possono distruggerla una popolarità o dare un’idea di noi che forse forse non è proprio quella vera, ma tanto è na foto, mettono il like, sto appost, l’ego è appagato. Quello che nel quotidiano offline, è scarpesiato pure dal fruttivendolo.

Non ne posso più di far parte di questo mondo della self-promotion. Hai voglia a dire out of technology, ma qua i confini sono così estesi, che per trovare il bordo al di là del quale c’è l’out, si fa prima ad andare sulla luna. E poi che fai? Non te lo scatti un selfie?

Ci sono persone che hanno bisogno di fare rumore. E non è nemmeno un fatto di generazioni, perché è un atteggiamento trasversale. E non è nemmeno un fatto di personalità, perché ci sono diversi casi umani:

  1. EGOMOSTRO. Semplicemente c’è chi si sente meglio. Si è sempre sentito meglio. E coi social e le sue foto effettate, non fa altro che perpetrare il suo essere socialmente meglio. Ti devi stare.
  2. ARRAMPICATORE. C’è chi è sempre stato nelle retrovie della socialità, perché non abbastanza carismatico, non abbastanza bello, non abbastanza qualcosa. E con i social, ha finalmente la possibilità di avere una voce alta uguale a quella degli altri. E allora a forza di check-in e foto di aperitivi e cene, risale la scala sociale nella speranza di essere preso in considerazione.
  3. CHI NON MUORE SI RIVEDE. Poi c’è quello che per anni nessuno l’aveva più visto, che era quasi scomparso dalla memoria storica generale e poi, all’improvviso, in un sabato pomeriggio estivo, ti arriva la sua richiesta di amicizia e giù la bacheca inondata di selfie davanti agli specchi della palestra, in costumino adamitico sulle spiagge di Formentera, e varie altre cose di uguale importanza. Ed ecco che il social diventa manifesto della rinascita sociale: sono tornato ed ora sono figo anch’io. Consideratemi.
  4. AH? I SOCIAL? BELLI I SOCIAAAAL. Poi c’è chi i social li usa perché si usano. Posta foto perché le foto si postano, ed è una cosa bella condividere con gli altri. Perché sono felici, sono belli, hanno una vita e i social ne fanno parte normalmente, senza le pippementalichetifaituoneta. Avete capito insomma.
  5. NO GLOBAL. Poi ci sta quello che non scrive mai niente, non posta mai niente, ma sa sempre tutto. Vuole mantenersi ai margini di questa socialità digitale, non farne parte in modo dichiarato, perché noisiamocontro, ma alla fine non ce la fa, e sta sempre là a vedere, a osservare dall’alto a likare silenziosamente. Della serie, non mi piace ma lo faccio.
  6. RADICAL CHIC. Ci sta quello che non vuole soccombere alle assottigliatissime dinamiche di selezione naturale dei social, e posta solo contenuti utili, culturali, artistici, progetti fotografici, colazioni e libri, poesie. Con il conseguente risultato, che non se lo fila nessuno. Poi, foto profilo al mare diva style: 70 like. E scuote la testa in disapprovazione: «beceri, beceri umanoidi che non siete altro».

Analisi scherzose a parte, quello che mi infastidisce proprio, è rendermi conto, da sola, di quanto ci siamo dentro fino al collo. Di come in alcune situazioni mi sorge spontaneo, quel malsano pensiero: «faccio una bella foto e la metto su instagram». Gravemente spontaneo. Pure perché so bene dentro di me, quel pensiero da dove parte e che vuole risolvere. E non mi va bene.

Però, noto anche che molte altre volte, in cui sto veramente bene, sono con chi voglio essere, dove voglio essere a fare quello che mi piace, il cellulare dimentico anche di averlo.

E di condividere con gli altri, non mi frega.

Assolutamente.

Nulla.

Allora faccio un passo indietro e mi dico:

1) Perchè sto vedendo queste foto e le sto pure giudicando? Io che so bene che non me ne frega niente?

2) Perché sto a guardare quanti like ha preso una foto piuttosto che un’altra? Io che so bene che non me ne frega niente?

3) Ma allora questo modo di fare becero, funziona! Ed è malato.

Allora il caro zio Zuckerberg, non so se l’aveva capito prima tutto questo, o se se l’è trovato bello pronto. Ma l’umanità è debole e i social sfruttano e acuiscono questa debolezza.

Suggerisco che una soluzione potrebbe essere quella di essere felici e sconnessi.

Ma ci siamo dentro fino al collo.

Se prima volevi essere un umano normale, ora devi essere un umano social, coi capelli fatti, il trucco a posto e la luce buona, H24.

Sai che ci sta? Io gli occhi li chiudo proprio. Fate il cavolo che vi pare.

E come dicevano i Beatles living is easy, with eyes closed.

 

 

Nella foto sono io, in Cile, sul transbordador da Puerto Montt all’isola di Chiloè. 2014. ©onetamat.it

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